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Domenica 09 Agosto 2026

RACCONTI DELLA DOMENICA — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI ha lavorato e vive in Valdera, a Pontedera. Gli piace scrivere, ma non è uno scrittore. Solo uno che scrive.

Memorie dopo il big bang

di Marco Celati - Domenica 09 Agosto 2026 ore 08:00

In principio era il niente. E c’era il niente perché c’è stato un principio. Non ci sarebbe stato nessun principio se prima non ci fosse stato il niente. È un ragionamento apodittico. I sacri testi dicono, e fanno fede, che in principio era il verbo che poi si fece carne. E fra credere che ciò che c’era prima ed è sempre esistito sia stato il niente oppure Dio, meglio la seconda. Più gratificante. Personalmente però, non me ne vogliate, sono propenso a credere di no. Che semmai il verbo venne dopo e fu spirito e richiamò la carne e il sangue. È un atto di fede credere che Dio abbia inventato noi, ci abbia creati, ma è anche lecito pensare che siamo stati noi ad aver inventato Dio e la fede, ad averne bisogno per spiegarci il mondo e darcene una ragione. Nessuno potrà avere la prova del vero o del contrario ed è giusto credere, come dubitare.

Mi sono sempre chiesto cosa fosse il niente. Il vuoto, il buio, il nero senza luce? Forse era il silenzio assoluto. “È il silenzio la lezione più grande”. Il silenzio che ha educato le parole. Che si sente quando il mondo tace, le poche volte che accade, perché il silenzio c’era prima del mondo. E cosa c’era nel niente e nel silenzio? Un nulla rarefatto di gas e di energia in un brodo primordiale? Come da bambini, i tortellini la domenica, il brodo di carne e odori che bolliva, e la voce che chiamava: è pronto, a tavola, venite!

Che poi quel vuoto silenzioso fatto di niente, sembra non fosse proprio vuoto, ma una densità infinita, un brulicare di attività invisibili, di fluttuazioni energetiche impercettibili e particelle effimere che emergevano spontaneamente dal vuoto per un niente, inosservabili. Fino a che alcune particelle non si scontrarono a velocità altissime, impazzite in un calore estremo, nemmeno misurabile, e si manifestarono quark, quanti e quant’altro. Chissà. I primi nuclei subatomici e atomici, che più me lo spiegano e meno ne capisco. L’energia divenne materia. Forse c’era qualcosa che manteneva il silenzio e il niente in equilibrio, in quel vuoto, in quella densità vibrante, in quel calore assoluto: un principio del niente che è stato il principio di tutto. Qualcosa che saltò, formando un disequilibrio, un’imperfezione, un numero dispari, una singolarità che prese il sopravvento tra gas, energia e materia. Una scintilla e, con tutto quel gas circolante, un’esplosione inaudibile squarciò il silenzio e segnò l’origine e fu luce, tempo, spazio. Tutto, insomma. Anche troppo, direi.

Così il niente si espanse e diventò Universo infinito, si raffreddò e la materia prevalse, si diffuse e l’energia ne fu assorbita. Ma non uniformemente: rimasero materia oscura e antimateria, energia oscura e buchi neri tra gli ammassi stellari e luminosi, che ancora cerchiamo di spiegare. Il resto poi venne abbastanza in fretta, alcuni miliardi di anni e si formarono sistemi stellari e pianeti orbitanti. Alcuni gassosi, altri con rare combinazioni di terre, mari e cieli. Pochi milioni di anni ancora e su un pianeta di questi, dall’infinitamente piccolo, un germe si può dire, crebbe la vita, vegetale e animale. Mari, fiumi, monti, alberi. E animali giganteschi. Gli ultimi animali di più modesto formato fummo noi, gli uomini. Razza gregaria, stronza e intelligente. Mettemmo a profitto la manualità, imparammo presto la parola e la scrittura, perfino l’arte e l’ironia. Chiamammo quel pianeta Terra, il suo pallido, poetico satellite Luna e la nostra stella luminosa Sole che, dopo dispute celesti e religiose, mettemmo al centro del sistema, nominando gli altri pianeti intorno e osservando le stelle lontane e le cadenti.

Dopodiché abbiamo colonizzato il mondo, eretto idoli, costruito e innalzato cattedrali, concepito armi terribili. La televisione e il cellulare. Siamo stati popoli invasori di terre e genti, fanatici e bramosi di dominio e di potere. A questo abbiamo ridotto la nostra sete e il bisogno di novità, di conoscenza e scienza. La natura, da ostile e matrigna, ci divenne amica. Poi fu piegata al nostro volere, ma non la distruggeremo, non ne abbiamo per fortuna questo potere. Almeno non ancora, perché mai dire mai. No, la Terra se ne andrà da sé, alla grande con il Sole, o per una catastrofe planetaria. Distruggeremo solo noi. Si devasta ciò che si vuole possedere e si distrugge quello che non si può avere. Per contro abbiamo anche il potere di amare, di aiutare i fratelli, ricordare i nostri morti. Pensare noi stessi e riderne. Restituire alla Terra il suo. Curare malattie, progredire nella scienza e persino essere grati per la nostra vita e il suo destino. Non so se ci sia equilibrio o squilibrio tra le cose, né cosa prevalga di nuovo, se il niente oppure il tutto. O solo ciò che basta per vivere e morire.

Ci hanno istruito di “cogliere il giorno”, l’attimo, consigliandoci di non credere al domani e che vivere il tempo, vuol dire morirne. Oppure che “la morte si sconta vivendo”. Anche se entrambe le opzioni non sempre sono state un buon motivo di vivere e progredire. Ma allora chi siamo noi? Siamo parte di quella forza che vuole eternamente il male ed opera costantemente il bene, come dice il signor Mefistofele al dottor Faust? O è vero il contrario? E Dio sa cos’è preferibile.

Dalle analisi del sangue risulta che i miei valori non vanno tutti bene. È La famosa crisi dei valori e non c’è medicina: come per i ciucchi. Per questo vi scrivo molto dopo il Big Bang. “I manoscritti non bruciano”, ma non è detto i testi digitali. E comunque questo testo dirà che sono vivo, ma non che stia bene. E anche il fatto che io sia vivo si dirà che è un dono di Dio, pur se non ci credo. Quanto agli scritti, che vadano per nostro piacere, senza darsi pensiero della fama, né vergogna per non essere piaciuti, una volta letti. O forse neanche letti. Sono una consolazione, una medicina, un sollievo, o un rimedio fallimentare? Vabbè. Meglio essere disprezzati per quello che siamo, che incensati per ciò che non siamo, meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente. “Pace, amore, empatia”. Ma io non sono più quello che conoscevi, non ho più la passione di un tempo e di me non restano che questi racconti che non meritano neanche la pena del loro autore.

E a proposito di scritti, di libri e quant’altro, alla Televisione ad un concorso a quiz, alla domanda, “il Mastro Don di un romanzo famoso”, otto lettere, comincia con la “G”, una laureata ha risposto: “Geppetto”! Che, in effetti, di otto lettere è composto. In un’altra analoga trasmissione la frase era “mulini a vento”; i due concorrenti, a cui la frase era nota, danno al terzo concorrente, che doveva indovinarla, questo illuminante indizio: “ci combatté Don Chisciotte”. E la risposta è stata: “Don Rodrigo”! Non si sa chi nella tomba della letteratura si sia rigirato di più, se Verga o Collodi, se Cervantes o Manzoni. Forse tutti loro. Però “Mastro Don Geppetto” sarebbe stata una gran bella storia! E anche “Don Chisciotte vs. Don Rodrigo” non era male. Materia oscura da riempire l’Universo.

Per la festa della Liberazione è stato detto in piazza che la Resistenza sta alla Costituzione come il lievito al pane. Efficace analogia, bellissima similitudine. Il Paese è grato. E meno male, perché agli italiani a volte è più facile che qualcosa gli entri nel didietro, piuttosto che in testa. Perciò la politica spesso -non sempre- ha bisogno di gente scaltra, non necessariamente migliore. Che tristezza però il cinismo dei tempi! Che pesantezza. Mi chiedo di che mondo, di quale disturbato universo dopo il Big Bang, anche per mia volontà, ho fatto parte, se mai ne ho fatto parte. E perché io, cosa c’entravo? Penso solo che fra non molto dimenticherò tutto. E finalmente tornerò leggero, allegro e rimbambito. Se non lo sono già.

Buona domenica e buona fortuna.

Marco Celati

Pontedera, 9 Agosto 2026

P.S. Il silenzio è la lezione più grande” lo scrive Mariangela Gualtieri in “Bestia di gioia” e le parole educate dal silenzio sono una lontana eco di “Noi non sappiamo quale sortiremo” di Montale. La frase sull’intreccio tra male e bene, pronunciata da Mefistofele nelFaust” di Goethe, è riportata anche nellepigrafe del romanzo “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov al quale si deve pure laffermazione i manoscritti non bruciano”, grido di libertà e resilienza della letteratura nei regimi totalitari. L’ultimo, recente adattamento cinematografico del romanzo è il controverso film del regista Michail Lokšin. Ciò che si devasta e si distrugge in relazione a ciò che si possiede o non si ha, è rappresentato nel film Vita privata” con Jodie Foster. Superfluo dire di Orazio ed Ungaretti. Quello che dice il testo -cioè che sono vivo, ma non va bene e semmai è solo un dono di Dio e che il destino degli scritti non deve interessarsi di fama o di vergogna- deriva da una maldestra trasposizione di alcuni versi dall’esilio di Ovidio, i “Tristia” e le “Epistulae ex Ponto”, appresi in una lezione dell’AICC. Ad essi sono mischiati e arbitrariamente travisati i pensieri del musicista e “poeta maledetto del rock”, il leader dei Nirvana, Kurt Cobain, relativi a ciò per cui è preferibile essere odiati o amati per chi siamo o non siamo e alla scelta tra bruciare e spegnersi. “Peace, love, empaty” sono le parole di commiato della sua ultima lettera. I riferimenti scientifici del Big Bang sono frutto di ricerca, ma non so quanto siano attendibili, stante le modeste capacità di comprendonio dell’autore. Per le imprecisioni mi appello al “Principio di indeterminazione” di Heisenberg, che di preciso non ho capito cosa sia e non credo riguardi il mio caso. Ma chi sono io per porre limiti all’indeterminazione e ai suoi principi? Il resto sono cose sentite, serie o sciocche che siano, come queste note.

Come as you are, Nirvana

https://youtu.be/z9LiPuVRyU8?si=R_jm-Wx-s3U6MH10M

Marco Celati

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