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lunedì 27 settembre 2021

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

​L’urlo e gli inglesi

di Libero Venturi - domenica 18 luglio 2021 ore 07:30

Dio stramaledica gli inglesi” diceva alla radio Mario Appelius, giornalista, viaggiatore e scrittore, nonché conduttore radiofonico italiano durante il regime fascista di cui fu seguace. Schierato contro la perfida Albione” e il complotto demo-pluto-masso-giudaico”, di mussoliniana memoria, sostenne il Manifesto della razza e le leggi razziali, che non so perché si sono sempre chiamate così, quando si poteva dire più semplicemente leggi razziste”. Forse pareva allora - e pare ancora - meno brutto. Alla fine in lui prevalse il cronista e durante la guerra si rifiutò di omettere le difficoltà delle forze armate italo tedesche che invece descrisse con toni pessimistici. Così fu sospettato di disfattismo e inviso al Minculpop, che come sigla era tutto un programma, ma si trattava del Ministero della Cultura Popolare. Addirittura! Preso sulle scatole dallo stesso Mussolini fu allontanato dal microfono. Nell’immediato dopo guerra venne processato e condannato per apologia del fascismo, ma grazie all’amnistia di Togliatti, quasi come la riconciliazione di Mandela in Sudafrica, evitò la carcerazione.

Invece a me gli inglesi sono sempre stati simpatici: dipendeva da Re Artù, dalla Magna Carta, da Shakespeare, da Re Giorgio VI, da Churchill, dalla dignità e determinazione con cui avevano affrontato la seconda guerra mondiale e quel pazzo nazista di Hitler, dai Beatles, dai Rolling Stones, da Mary Quant e la minigonna e perché erano inglesi. Poi c’è stata la Brexit, con quell’aristocratico, scapigliato e conservatore casinaro del premier BoJo, che capirei a sapere chi lo pettina, ci sono stati gli europei e mi sono cascate le braccia. In fondo per la Brexit hanno creduto di poter ripercorrere la storia dello splendido isolamento della loro isola, piena di sussurri, di dolci suoni, rumori, armonie che non fanno alcun male, anzi dilettano” e vabbè, passi. Se lo dice il Bardo pur nella Tempesta… Ma in questi europei, nella partita della finale disputata e persa con l’Italia, gli inglesi sono stati poco inglesi. Il loro comportamento non può certo definirsi very british! Tutt’altro. È usanza incivile diffusa fischiare gli inni nazionali, purtroppo, e anche in questo gli inglesi, nel loro stadio, non si sono certo distinti.

Già avevano cominciato con its coming home”, intonato a ripetizione e inteso come il football - che abbiamo inventato noi o forse gli scozzesi, comunque sempre roba nostra - torna a casa. Il brano è tratto da una canzone che si intitola Three lions”, quelli del blasone dell’Inghilterra, ed è stata scritta da due commentatori inglesi che conducevano una trasmissione calcistica ironica tipo la nostra Mai dire Gol”,piena di orgoglio britannico misto a sfottò. Frasi come la coppa Rimet - conquistata in casa grazie ad un gol fantasma su cui sembra gravare una maledizione - brilla ancora nonostante 30 anni di delusioni” e strofe come tutti conoscono già come andrà a finire / lhanno già visto tante volte in passato / lo sanno / ne sono sicuri / lInghilterra butterà via tutto”, sono la prova di questa passione mista ad humor inglese. E comunque “it’s coming home” era meglio non cantarlo prima, né tatuarselo addosso con tanto di coppa, perché ciò tradisce l’origine scanzonata della canzone, ma soprattutto porta sfiga. Infatti è divenuto “it’s coming Rome”. La scaramanzia è scaramanzia. Esiste. Si è vinto anche perché molti di noi non ci credevano e pure quando hanno cominciato a crederci col cavolo che lo dicevano. Provate a chiedere a un napoletano che farà il Napoli! E anche perché tanti di noi hanno fatto i soliti gesti prima delle partite, come vederla da solo e prima rigorosamente una pizza e una coca e poi gridare e soffrire, solo per fare un privatissimo riferimento. E non parliamo dei gesti apotropaici.

Volete un esempio di scaramanzia o del suo rovescio, la gufata? Il telecronista Stefano Bizzotto prima del rigore di Belotti ha detto che il “Gallo” è una garanzia”: rigore parato! Meno male in Rai la telecronaca la fanno sempre in due: uno spiega le cose e l’altro le ridice. Così la telecronista Katia Serra ha ripetuto il maleficio prima del rigore di Rashford, anche lui per gli inglesi una garanzia”: palo! Quando poi si è trattato del rigore decisivo di Jorginho, Bizzotto ha detto: come con la Spagna per chiudere i conti”, ricordando che il “Professore” italo-brasiliano aveva segnato il rigore della vittoria italiana contro gli spagnoli. Naturalmente questa volta il rigore è stato preda del portiere inglese Pickford. Alla fine ci ha pensato Donnarumma, con la sua mole e il suo balzo felino, a parare tutto il resto e abbiamo vinto. E forse c’entra anche il fatto che il grande Gigio non si era reso conto che la sua parata sarebbe stata determinante, infatti non ha esultato. Perché i rigori sono bravura per chi li segna e per chi li para, e noi siamo stati più bravi degli inglesi, ma sono sempre una lotteria e ci vuole anche fortuna. Il Gallo con la Spagna ha segnato e con l’Inghilterra no. La fortuna non sempre soccorre, a volte sì, altre volte ti gira le spalle. Non è mai garantita. Anche noi italiani ne sappiamo qualcosa, pensiamo solo al mitico Baggio, ai mondiali persi ai rigori con il Brasile e a quelli vinti con la Francia. La fortuna va assecondata e l’Italia, colpita a freddo dal bellissimo gol di Shaw, fuori casa con un tifo avverso assordante, ha meritato, pareggiando e giocando meglio degli inglesi. Ma spesso la fortuna viene a non pensarci, capita come eccezione al destino cinico e baro. Donnarumma non sapeva, sapeva di dover parare e l’ha fatto, senza fasciarsi la testa, perché lo sa fare bene. Il resto lo conosciamo. È storia ormai.

Gareth Southgate, l’allenatore inglese, di maledizione e sfortuna ne sa più di noi. E io solidarizzo con lui e mi metto nei suoi panni. Nel 1996, da giocatore, sbagliò il rigore decisivo e la vittoria del campionato europeo, che si giocava in Inghilterra, arrise alla Germania. E, come se non bastasse, i due rigoristi che ha fatto entrare in campo nei tempi supplementari hanno sbagliato entrambi il loro calcio di rigore. Comunque è veramente riprovevole rivolgere offese razziste ai calciatori di colore, “rei” di questo sbaglio. Allora è inutile inginocchiarsi all’inizio delle partite. Come sono state disgustose le manifestazioni di guerriglia inscenate dagli Hooligan, prima dell’incontro, peraltro ancor più gravi in questo periodo immediatamente post-pandemico con variante Delta diffusa.

E alla fine cos’hanno da recriminare gli inglesi? Si sono illusi che bastasse il gol d’inizio partita, hanno rinunciato al loro gioco offensivo, arretrando Harry Kane ancor di più di quanto lui, centravanti di manovra, di solito faccia e rendendo “lUragano” un tornado sempre pericoloso, ma più controllabile. L’Italia messa insieme da Mancini si è rivelata, anche nella finale, una squadra coesa, indomita, un collettivo senza divinità calcistiche, capace però di buon gioco con schemi flessibili e giocate imprevedibili in cui tutti possono andare a rete. Complessivamente ha giocato meglio degli inglesi. La vittoria conseguita non è certo usurpata; francamente, se non ci fossero i rigori dopo il pareggio, anche ai punti avremmo vinto noi.

E non è bella l’immagine dei calciatori inglesi che si tolgono la medaglia di secondi classificati dal collo. L’ho rivisto fare nelle finali di coppe agli sconfitti, perché i calciatori non sono sempre il massimo della sportività, né della civiltà sportiva e limitiamoci a quella. Ma non l’ho mai visto fare così platealmente come hanno fatto gli inglesi che si sono sfilati la medaglia nel momento stesso della consegna. Oltretutto questa non è una coppa, ma un campionato europeo. E bisogna saper perdere più ancora di saper vincere. Il senso della sportività, il fair play nelle competizioni gli inglesi ce l’avevano insegnato. Invece in questo caso hanno abbandonato subito il campo, ritirandosi negli spogliatoi, senza assistere alla premiazione della squadra vincente. Sarebbe come se alle Olimpiadi i secondi e i terzi non si presentassero sul podio alla premiazione. Tra l’altro nessuno dei reali presenti allo stadio è andato a stringere la mano al nostro Presidente della Repubblica o a congratularsi con lui.

E gli italiani? I calciatori italiani hanno gioito giustamente, rivolti ai nostri tifosi presenti a Wembley. Toccante l’abbraccio in lacrime tra Mancini e Vialli che combatte con dignità e forza contro un avversario ben più ostico di tutti quelli affrontati nella sua carriera sportiva. Magari non importava il Bonucci esaltato che grida agli avversari dovete mangiare ancora tanta pastasciutta!”. Poi se ci chiamano “spaghetti” o “maccheroni” non lamentiamoci. I soliti italiani pastasciuttai e mammoni: più di un calciatore che chiama mamma. Ma in fondo la pastasciutta fa parte della dieta mediterranea che tutti ci invidiano e la mamma è sempre la mamma! Peggio sentir intonare: chi non salta inglese è. Bisogna che ci siano insieme la soddisfazione dei vincitori e il rispetto dei vinti.

Il pareggio comunque l’ha segnato proprio Bonucci, un difensore, come il gol del vantaggio inglese. Per la squadra italiana la mancanza di un attaccante di ruolo, però, si è fatta e si fa sentire. Dovremmo fare un appello: cercasi attaccante, piedi buoni, tutti e due, testa pure, astenersi inferiori di 1,90 di altezza e 90 kilogrammi di peso. Insomma un puntero, abile nel gioco di attacco, che riequilibri l’altezza media della nostra “banda bassotti” e colmi il divario che risulta evidente a vedere Insigne, bravissimo, accanto all’ottimo Donnarumma. Non sembrano dello stesso pianeta, ma usciti dai Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift.

L’urlo liberatorio di Bonucci a bocca spalancata ha la stessa fierezza di quelli del leone marino o del grizzly. Che sarebbe un orso bruno marsicano - di cui il compianto Luciano Luongo mi parlava - che ha studiato in America. Lo fa anche, per caricarsi, il tennista Novak Djokovic, Nole per i fan, numero uno al mondo, che ha sconfitto Matteo Berrettini, un italiano approdato dopo tanti anni alla finale di Wimbledon. Bravo Berrettini, l’unico tennista del ranking mondiale - numero otto - tifoso per la Fiorentina, seppur cittadino romano! Se magari riportasse il domicilio fiscale nel nostro Paese - amato e che lo ama - e pagasse le tasse in Italia, anziché all’estero, sarebbe perfetto e ancor più amabile. Ma la perfezione non è di questo mondo e infatti nessuno è perfetto.

A proposito di “nobody’s perfect”, il decreto legge contro l’omotransfobia incontra difficoltà. Speriamo si vari una legge di diritto e civiltà. Anche la riforma del processo giudiziario arranca: i giudici vanno rispettati, senza considerarli un contropotere. Sarà proprio impossibile rendere questo Paese più giusto e più veloce? La riforma della giustizia è importante anche per l’iter dei fondi europei accordati per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Che sono molti: 191,5 miliardi di euro, 25 subito. Dopo l’unità calcistica ritorna la divisione politica e sembra se ne avvantaggino i Fratelli d’Italia, fuori dal Governo, ma non deve essere per l’inno cantato a squarciagola agli Europei. Spero di no. Intanto una multinazionale, la Gkn, licenzia 422 lavoratori via mail: non credo siano queste le aspettative del processo di digitalizzazione del Paese. Occorre invece lavoro, lavoro, lavoro!

Al Quirinale Mattarella - che a Wembley con il suo sobrio esultare, quello sì very british, ha portato fortuna - e Draghi a Palazzo Chigi hanno avuto parole di elogio per gli azzurri, per Berrettini, per i ragazzi dell’Atletica e per lo sport italiano. Mentre - aperta parentesi - al Tour de France non c’è versi di veder vincere un italiano - chiusa parentesi. Pallonari come siamo, soprattutto il risultato degli Europei di calcio ci ha restituito per un attimo fierezza, orgoglio e voglia di ripartire. Purché ci salviamo dalla retorica patriottarda e roboante, perché, al di là degli interessi economici e dei sentimenti nazionali, talora rigurgitanti, alla fine “è un gioco, mamma mia”, come direbbe Lundini, mettendoci una pezza. Buona domenica e buona fortuna.

Libero Venturi

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